L’Altro

Chi è l’Altro?
È il prossimo, lo sconosciuto, il nemico, il migrante, lo straniero, il mendicante, il diverso?

È colui che giornalmente incontriamo per la strada e di cui non conosciamo il nome, il lavoro, la nazionalità, l’etnia, la lingua, la religione, le idee, le aspirazioni, le speranze e i desideri? È il nostro vicino di casa, quello che abita nel nostro palazzo, nella nostra via, nel nostro quartiere e di cui non sappiamo assolutamente nulla? Quante volte al lavoro incrociamo un volto nuovo e ci chiediamo chi è costui? Cosa fa? Quando l’avranno assunto?
Nel corso di tutta la nostra vita ci sentiamo letteralmente circondati da estranei, eppure viviamo nella stessa città, condividiamo gli stessi eventi, frequentiamo gli stessi negozi, bar, ristoranti, cinema e musei, sperimentiamo le stesse gioie, dolori, successi e fallimenti. È mai possibile che ci sia dato di vivere da alieni tra alieni?
Eppure, siamo tutti esseri umani e per quanto possiamo essere diversi gli uni dagli altri, siamo tutti della stessa razza, quella umana.
Come è stato possibile che da piccole comunità, dove ci conoscevamo e sapevamo tutto di tutti, spesso pronti a intervenire in caso di bisogno in soccorso gli uni degli altri, ci siamo trasformati in perfetti estranei, così tanto chiusi in noi stessi da non notare il vicino della porta accanto, il quale può morire, scomparire per sempre, senza che nessuno si ponga alcuna domanda sulla fine che ha fatto?.
Cosa ne è stato del nostro naturale istinto gregario, della nostra socialità, della nostra innata capacità di provare compassione per chi ha bisogno, della nostra propensione ad essere empatici, collaborativi e solidali, nei confronti di chi attraversa un momento difficile della propria vita?
Ci rammentiamo di chi soffre partecipando a raccolte, collette e donazioni da inviare in paesi lontani, forse per placare quel poco di coscienza che ci resta, ma non prestiamo attenzione al mendicante all’angolo della via o al barbone che la notte dorme sopra un cartone davanti alla saracinesca chiusa di un negozio. Ci ricordiamo di chi è in difficoltà e con ogni mezzo possibile scappa dalla sua casa, dalla sua terra, con il cuore colmo di speranza e le tasche ricolme di miseria, solo per un attimo quando vediamo alla televisione i filmati dei migranti morti in mare o respinti dai reticolati di filo spinato alle frontiere dell’Unione Europea.
Dove è finita la naturale propensione a festeggiare con entusiasmo il successo del singolo come se fosse di tutta la comunità? Si fa vivo solo quando andiamo a vedere un evento sportivo della nostra squadra del cuore, solo allora gioiamo, ci abbracciamo, perfino tra completi estranei, riconoscendoci simili.
A volte torniamo “animali sociali” ma dopo aver bevuto qualche drink che riduce la timidezza, allenta la tensione, diminuisce la distanza, offrendoci il coraggio di scambiare due parole con chi, fino a poco prima era un perfetto sconosciuto.
Che cosa ci è successo? Chi, o cosa, ci ha reso insensibili alla pietà, alla compassione, all’amore verso gli altri esseri umani? Chi ha trasformato il mondo suddividendolo in recinti, dividendo la terra e le genti in nazioni, spesso ostili le une alle altre, dove l’abitante del paese accanto è un nemico perché parla una lingua diversa, ha un’altra religione o un altro regime politico al potere?
Se ci fermiamo un attimo, se riflettiamo un momento, possiamo scoprire che l’Altro ci viene mostrato come un nemico da chi da questa divisione ottiene più potere e ricchezza. Definire chi è “il diverso”, creare ad arte un nemico, è da sempre strumento privilegiato per generare timore, preoccupazione e ottenere concessioni più ampie nell’esercizio del potere di controllo sulla popolazione. Il nemico può essere chi arriva da un paese lontano, una malattia mai sentita prima di cui nessuno sa nulla, uno psicopatico dittatore o un fanatico terrorista, chiunque può diventarlo e purtroppo ultimamente è semplicemente chi esprime opinioni non in linea con il pensiero reso dominante dagli organi di informazione, che fanno da cassa di risonanza agli indirizzi dettati dalla linea politico-economica del momento. La paura del diverso è facile da innescare. “Noi contro Loro”, è un meccanismo atavico già presente dentro di noi, è un’eredità di un tempo lontano, di quando riconoscere l’estraneo alla tribù poteva fare la differenza nel garantirne la sopravvivenza.
L’Altro, diventa nel nostro immaginario il selvaggio, il malvagio, il violento, colui che vuole ridurci schiavo, in miseria, che vuole distruggere la nostra cultura e le nostre tradizioni. L’Altro, ci viene detto, è un pericolo, viene a portarci via qualcosa, non sappiamo cosa, ma qualcosa sicuramente si prenderà.
Tutte queste affermazioni non solo mascherano una profonda ignoranza, nel senso che ignorano le modalità con le quali la cultura e le tradizioni si formano, ma rappresentano, insieme all‘intolleranza e al razzismo, anche una profonda e grave psicosi sociale. La paura irrazionale per chi è diverso da noi, rappresenta una gravissima patologia, una malattia psichica, un cancro sociale.
Il diverso è possibilità, confronto, integrazione di nuove idee, di esperienze. Così si sono formate la nostra lingua, la nostra cultura, le nostre tradizioni, le nostre usanze: da una miscellanea continua che si è realizzata nel corso di migliaia di anni. Una continua mescolanza di popoli ha contribuito a creare ciò che ora siamo. L’Altro è il simile, il fratello, il prossimo, colui che con la sua diversità ci arricchisce, non porta via nulla, anzi ci rende più completi e pertanto, aldilà delle lingue parlate, dei regimi, delle religioni, del colore della pelle o degli occhi, ha gli stessi diritti alla vita, all’amore, alla felicità, alla salute, alla serenità, perché siamo tutti esseri umani, tutti così diversi e tutti splendidamente uguali.
Eppure, nell’attuale società vige ancora la legge del più forte, eredità di un iniziale teoria evolutiva darwiniana, secondo cui solo il più forte può sopravvivere. Una teoria che lo stesso Darwin, in seguito, ha rivisto alla luce di una più ragionevole riflessione, basata sul fatto, che probabilmente, solo gli esseri più adatti all’ambiente sono in grado di proseguire il loro processo evolutivo.
La nostra società incoraggia ogni forma possibile di competitività, da quella sportiva, a quella lavorativa, da quella affettiva, a quella culturale, l’idea di scarsità domina il nostro modo di relazionarci; tuttavia, osservando cosa accade in natura dovremmo comprendere che lo sviluppo, l’evoluzione, la sopravvivenza di una specie è garantita solo ed esclusivamente da processi di collaborazione e di interazione intraspecie e con l’ambiente circostante. Le specie con spiccate tendenze individualiste, alta competitività, scarso rispetto per l’ambiente nel quale vivono e sporadiche o superficiali interazioni sociali, sono destinate inevitabilmente a scomparire. E’ indubbio che dovremmo ricordarlo più spesso.
In questo contesto sociale, la Biodanza si propone con una filosofia completamente diversa e con obiettivi diametralmente opposti a quelli correnti.
La Biodanza, così come strutturata dal suo creatore, il professor Rolando Toro Araneda, pone alla base di tutto il suo sistema il Principio Biocentrico: la vita, in ogni sua forma ed espressione, al centro di ogni interesse ed azione della nostra specie.
Non avvalorando più la concezione antropocentrica, che vede l’uomo posto al centro della natura come Signore e padrone della Terra, in continua competizione e lotta con gli altri uomini per il suo dominio, propone una nuova visione dell’Essere Umano perfettamente integrato con la sua specie, con l’ambiente che lo circonda e parte di un Cosmo in continua evoluzione.
L’Universo esiste perchè esiste la vita e non viceversa.
In Biodanza reimpariamo il senso dell’accoglienza, quella vera, quella autentica che ci permette di accogliere l’Altro, chiunque esso sia, semplicemente abbracciandolo con fiducia, senza chiedergli nulla, guardandolo negli occhi con amore, ascoltandolo con attenzione, senza esprimere alcun giudizio, semplicemente accettandolo e integrandolo nella comunità umana, riconoscendolo come nostro simile, naturalmente degno di rispetto e amore, con cui condividiamo la meravigliosa avventura di vivere nell’Universo su questo magnifico pianeta azzurro, la Terra, una sorta di oasi nello spazio.
Nella sessione di Biodanza ci “alleniamo” ogni volta di più ad essere sinceramente “umani”, per tornare ad agire nella vita di tutti i giorni, nel mondo delle difficoltà, da amorevoli simili tra simili, finalmente di nuovo, solidali, compassionevoli, premurosi ed affettuosi gli uni verso gli altri, intenti a procedere insieme, a proseguire l’affascinante processo evolutivo che ci ha condotti fino a qui.

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